“Baby gang? I giovani sono un’opportunità, non un problema”

Sta destando timore e preoccupazione la vicenda delle baby gang, gruppi di giovani e giovanissimi di Umbertide e Città di Castello, alcuni dei quali addirittura minorenni, che trascorrono le giornate atteggiandosi a bulli, ritrovandosi alla stazione per sparare in aria con una pistola (probabilmente da softair), salendo sul treno con il volto coperto da un passamontagna, o dandosi appuntamento al Parco Ranieri per dare vita a risse e scontri.

E non solo fanno i bulli ma vogliono anche mostrarlo al mondo intero tanto che hanno ripreso le loro “bravate” in un video, montato ad arte con tanto di musica trap a fare da colonna sonora, diffuso poi su Instagram che ha ottenuto in poche ore migliaia di visualizzazioni.

Ma cosa si nasconde dietro a quelle immagini, dietro al bisogno di prendere in mano una pistola, di sentirsi grande, di sfidare le forze dell’ordine facendosi un selfie davanti ad una gazzella della polizia? Forse stanno cercando di urlare al mondo che esistono e che sono vivi, con le loro esigenze e i loro bisogni, provano a conquistarsi il loro posto all’interno della società, vogliono sentirsi riconosciuti e facenti parte di un gruppo. Dietro a quei gesti si nasconde un malessere che troppo spesso gli adulti non sanno riconoscere o hanno timore ad affrontare e che due anni di pandemia non hanno fatto altro che acutizzare.

Ne è convinto Aldo Manuali, pedagogista e giudice onorario presso il Tribunale per i minorenni di Perugia che da sempre lavora con i giovani e per i giovani. 

Risse, pistole, video con scene da bulli. Cosa sta succedendo ai giovani?

Intanto starei attento all’uso delle parole, le parole contano… con baby gang o banda giovanile si intende in genere un fenomeno di microcriminalità organizzata, allora mi chiedo, siamo sicuri che sia microcriminalità e soprattutto organizzata?  Il rischio è mettere etichette semplificatorie che chiudono la mente al capire il fenomeno nella sua complessità. Lo stigma è la misura della rinuncia ad un percorso educativo. D’altronde se un giovane viene considerato un delinquente, un deviato, poi si comporterà come tale.

Di fronte ai fatti accaduti in questi giorni ad Umbertide, gli adulti hanno reagito con paura, da più parti e soprattutto sui social si è parlato di introdurre misure forti, di repressione, ma questa è la risposta apparentemente più facile: di fronte a situazioni complesse le soluzioni semplici non risolvono i problemi ma li amplificano. La questione invece va affrontata dalle radici perché se noi adulti ci fermiamo a colpire gli effetti e rinunciamo a capire le cause che portano un adolescente a fare il bullo, o ad assumere comportamenti violenti, non possiamo pensare poi di ridurne gli effetti. Gli episodi eclatanti li puoi tacitare un po’ di tempo ma poi sono destinati a riprendere.

Il problema quindi parte dalla famiglia?

Non solo, oggi è tutto amplificato, ma la causa è nella rete che ruota intorno ai ragazzi. La famiglia, la scuola il contesto sociale e culturale in cui vivono.

In particolare direi che oggi c’è una vera e propria emergenza famiglia. C’è un problema di genitorialità, che non è qualcosa che si ha biologicamente, ma è una competenza che va appresa.

La genitorialità è una fase di sviluppo dell’adulto in cui si genera la capacità di creare, proteggere, nutrire, amare, rispettare e provare piacere per un essere altro da sé. E’ acquisire la  competenza nel dare risposte in modo adeguato ai bisogni dei figli nelle diverse fasi della loro evoluzione,  ma questo spesso manca nelle figure adulte di riferimento dei ragazzi, soprattutto nell’adolescenza.

Questa carenza la vedo ancora di più oggi che da giudice, in udienza, assisto a genitori che in nome dell’amore ( o di un presunto amore) verso i figli conducono battaglie di distruzione nei confronti dell’altro genitore, procurando ferite profonde nella psiche dei propri figli.

La famiglia, come punto di riferimento, deve ricostruire figure genitoriali credibili e offrire il proprio sostegno, impegnandosi a costruire un rapporto significativo con i figli, invece oggi nel bel mezzo di una pandemia che da due anni ci costringe al distanziamento sociale, i ragazzi si chiudono in casa, isolati si immergono nel mondo virtuale di internet e lasciano fuori dalla porta le socialità, le relazioni, le emozioni anche con i genitori.  Con il Covid gli adolescenti sono tornati sotto il controllo dei genitori, quando invece l’adolescenza è il periodo in cui si devono sperimentare l’autonomia e l’indipendenza. Ecco, oggi i giovani hanno bisogno di più condivisione e più comunità e di sicuro con la pandemia sono loro che stanno pagando il prezzo più alto il termini di socialità.

Quindi il Covid sta rendendo ancora più complessa un’età, quella dell’adolescenza che è già di per sé molto critica?

L’adolescenza non è una fase biologica come comunemente si intende, ma una fase storico- culturale. Margaret Mead ce lo ha insegnato già dai suoi studi del 1920 nelle società primitive dell’isola di Samoa, affermando che “il disagio adolescenziale è appreso, originato da aspetti culturali e non biologici”. La questione sarebbe lunga da trattare, qui mi serve a dire che il “conflitto adolescenziale” è generato dall’esclusione degli adolescenti e se il periodo che si sta vivendo risulta complesso, l’adolescenza non potrà che essere a sua volta complicata e oggi essere adolescenti è più complicato di un tempo.

Bastano alcuni dati su questa esclusione. Save the Children nell’ultimo report ci parla di emergenza adolescenti. Basta dire che in questi ultimi due anni sono aumentati i suicidi tra i giovani, il suicidio è diventata la seconda causa di morte per la fascia di età tra 15 e 19 anni, il 28% dei ragazzi tra i 14 e i 18 anni dichiara che dall’inizio della pandemia almeno un compagno nella propria classe ha smesso di frequentare la scuola. Tra le cause principali delle assenze durante la Dad, ci sono la difficoltà di connessione e la mancanza di concentrazione. Stanchezza (31%), incertezza (17%) e preoccupazione (17%) sono i principali stati d’animo che gli adolescenti dichiarano di vivere in questo periodo. E sono in aumento esponenziale i cosiddetti “Neet” ovvero i giovani che non studiano, non lavorano e non sono impegnati in percorsi formativi, hanno rinunciato a vedere un futuro.

Poi la scuola, sempre più e non solo per causa sua, costretta a privilegiare procedure, adempimenti, tracciamenti ed altro ancora e soprattutto aperta a giorni alterni, fatica a contenere questo disagio. Mentre la scuola, dove i ragazzi cominciano a costruire le prime relazioni sociali, a conoscere l’altro, a sperimentare i primi successi e insuccessi, dovrebbe pensare a valorizzare la centralità della persona e favorire la sua crescita per far sentire i ragazzi parte integrante di un contesto che li accoglie e li comprende.

Quali azioni concrete possiamo allora mettere in campo?

Innanzitutto dobbiamo cambiare il paradigma del pensiero: ri-conoscerli, che vuol dire ricordarsi che siamo stati anche noi adolescenti, ricordarsi delle emozioni, delle paure, delle incertezze e dei sogni che avevamo, implica riconoscere i giovani come un’opportunità e non come un problema. Poi di fronte ad episodi come quelli accaduti in questi giorni, non rispondere con la repressione, perché si inciderebbe solo sugli effetti ma non sulle cause che hanno portato al problema stesso. Diversamente, vanno implementati gli spazi di condivisione, di co-progettazione, di relazione. Fare più comunità e non isolarli. I ragazzi non vanno confinati, ghettizzati, ma indirizzati, compresi e questo compito spetta agli adulti, a partire dalla famiglia che non va lasciata sola. Questo non significa che dobbiamo giustificare i gesti pubblicizzati nel video, ma bisogna perlomeno provare a capirli e favorire percorsi di inclusione. E non da ultimo serve che la politica metta sul piatto le risorse necessarie per tornare ad investire nelle politiche per gli adolescenti ed i giovani. Non mi sembra che siano previste risorse adeguate sul PNRR.

Vorrei chiudere con una riflessione ed una speranza. I ragazzi non sono il futuro del mondo ma l’oggi presente, abitano con noi, sono qui con noi, ma noi adulti non li vediamo veramente e ci accorgiamo di loro solo quando finiscono in modo negativo sui giornali.

La mia speranza, e questo fa parte del mio lavoro, è che in un’epoca dove la pandemia ha inciso ed incide sulla psiche di tutti e dove il futuro appare più incerto, si colga un’opportunità: costruire insieme una nuova socialità che accolga tutti, adolescenti compresi.